La grande paura di aver perso tempo

La grande paura di aver perso tempo

La grande paura di aver perso il proprio tempo, di aver perso chissà quali occasioni, è una paura che, ad un certo punto, assale quasi tutte le persone che ho incontrato come terapeuta.

Ma credo che sia una paura condivisa anche da molte persone che non intraprendono un percorso di crescita personale.

Da dove viene la paura di aver perso tempo?

Quando si intraprende un percorso terapeutico di crescita personale, si comincia a conoscere sé stessi, e, inevitabilmente, si scoprono anche i tanti condizionamenti cui si è stati sottoposti durante il proprio sviluppo.

Spesso si comprende come il proprio comportamento sia stato una conseguenza di tali condizionamenti.

Ci si rende conto che anche alcune delle scelte fatte, sono state condizionate.

La scelta di rinunciare a parti di sé, a parte della propria realizzazione o alla soddisfazione di un proprio bisogno, sono determinate dall’amore che si prova per la propria famiglia, ed è, solitamente, una scelta inconscia.

Si teme di ferire le persone amate, o di perdere il loro amore, e, spesso, anche questo timore è inconsapevole.

Non c’è mai nessuna intenzione malevola, né da parte di chi condiziona (i genitori o altre persone molto significative), né di chi è condizionato: tale processo è per tutti i partecipanti assolutamente inconscio.

Quindi, di fatto, è impossibile sottrarvisi, almeno fino a quando non giunge all’età della ragione.

I primi passi per uscire dai condizionamenti

L’adolescenza rappresenta il primo passo per uscire dai condizionamenti della famiglia.

Di fatto, però, si entra nel mondo dei condizionamenti “dei pari”, che, anche se meno potenti dei primi, sono estremamente significativi, e in alcuni casi, possono anche essere determinanti come quelli parentali.

Man mano che si cresce, ci si individua sempre più, e tra i 20 e i 30 anni circa, iniziano ad emergere i contenuti inconsci.

Naturalmente, sono età indicative: ci si può rendere conto di molte cose anche molti anni prima, o dopo.

Ma ho notato che le età indicate sono quelle in cui iniziano ad emergere le emozioni profonde e si comincia ad avvertire la sofferenza.

A questo punto, si compiono svariati tentativi per trovare soluzioni ottimali, o comunque sufficienti a  proseguire la propria vita.

Ci si convince che la propria felicità dipende dalla soddisfazione di determinati desideri: avere un lavoro, un figlio, un marito, la casa…

Si mettono in campo diverse risorse e si lavora per realizzare tali obiettivi.

A volte queste strategie funzionano, a volte, però, nessun desiderio esaudito porta la pace sperata.

Il passo successivo

Quando nessuno dei tentativi esplorati ha dato i risultati voluti, allora ci si convince a chiedere aiuto, anche se sono ancora poche le persone che prendono questa decisione.

Ma nel frattempo, però, gli anni sono passati.

Ecco da dove viene la sensazione di aver perso il proprio tempo, e di aver perso delle occasioni: se fossi venuto prima…se avessi saputo prima queste cose…

La nota positiva è che a questo punto si diviene consapevoli di sé stessi, ci si conosce, si viene a sapere con chi si divide la casa-corpo che si indossa da quando si è venuti al mondo.

Le persone scoprono moltissime cose importanti, tra le quali, che nulla di ciò che viene da fuori può portare alla felicità, e che soddisfare quelli che si crede siano i desideri degli altri conduce alla propria insoddisfazione.

Scoprono le vere ragioni dei propri comportamenti; caratteristiche che non sapevano di possedere; risorse che non erano state espresse per timore; e molto altro ancora.

E imparano come si può amare l’altro senza dover rinunciare a sé stessi.

Ma la sensazione di aver perso tempo rimane…

E fatica ad andarsene.

Ciò che è necessario capire a questo punto, è che il tempo non può mai essere perso, solo guadagnato.

Se le cose accadono in un certo momento, è solo perché non potevano accadere prima: non sarebbero state colte, non ci sarebbe stata la maturità necessaria a coglierle.

So che sembra che alcune cose arrivino tardi, o alcune sembrano non arrivare mai, ma il modo in cui si concepisce e si vive il tempo dipende anche dall’idea che si ha di lui e dall’uso che se ne fa La nostra Mente: alleata o traditrice?.

Una collega, durante un convegno, disse: “Non mi interessa sapere quanti anni ho, ma solo quanti me ne restano, e siccome non posso saperlo, non me ne occupo”.

La cosa migliore da fare per sé stessi è andare avanti pensando a quanto si è imparato di utile per la propria vita, e utilizzarlo al meglio, per costruire il proprio presente, e viverlo, passo dopo passo.

Perché la vita è questo: ogni singolo passo, che è importante per il solo fatto di essere stato compiuto.

La sensazione di aver perso tempo, deriva spesso dall’abitudine di guardare troppo nel futuro, cercando di vivere lì, o rivolgersi al proprio passato, a ciò che già stato, anziché guardare all’adesso e viverci.

Si sa, ormai, che non esiste altro tempo che il momento presente! 😉

 

 

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