Corona virus e adesso? Tutto ciò può avere un “perché”?

Corona virus e adesso? Tutto ciò può avere un “perché”?

Ed eccoci, dunque, alle prese con un ennesimo virus, il corona virus, più temibile di altri, tanto che ci obbliga a cambiare abitudini.

Partendo dalle convinzioni che fanno parte della mia preparazione e delle mie scelte, umane e professionali, mi chiedo se il questo virus abbia un significato, se ci sta comunicando o chiedendo qualcosa, e dove ci vorrebbe guidare.

In questi giorni, alcune persone mi hanno chiesto proprio cosa ne penso al riguardo, ed è solo per questo motivo che ho deciso di scrivere questo articolo.

Non ci sarebbe bisogno di un’altra voce, dato che ce ne sono già troppe in giro, e tengo a precisare che la mia è solo una voce, una proposta, un punto di vista per forza di cose limitato dai miei stessi limiti di essere umano.

Non ho verità da elargire a nessuno.

C’è un significato per le diverse calamità?

Solo in questi ultimi anni, stiamo avendo una serie quasi ininterrotta di calamità di diverso tipo.

C’è stata la crisi economica, per altro, ancora in atto, siccità, uragani, tsunami, terremoti, ci sono sempre fame e sete nel mondo, povertà di ogni tipo…

Personalmente ritengo che ognuno di questi eventi ci stia dicendo qualcosa, e so di essere parte di un folto gruppo di persone che pensa lo stesso.

Ciò che, secondo me, questi eventi ci stanno chiedendo è di cambiare il nostro modo consumistico e individualista di stare al mondo, ma non mi pare che, fino ad ora, abbiano prodotto molti risultati in questa direzione.

Vedo molte forme di inutili patetismi, che creano ideologie e non veri cambiamenti: per essere diversi non basta dirlo, e nemmeno compiere gesti, che hanno più il sapore di una lavata di coscienza che altro.

Occorre “essere” e “diventare” ininterrottamente e consapevolmente, imparando ad assecondare la vita.

Infatti, secondo me, ci stanno chiedendo di cominciare a vivere realmente, e non nel mondo fittizio ed edulcorato nel quale ci hanno erroneamente cresciuti.

Vedere la realtà per ciò che è.

Dobbiamo capire che la certezza, la sicurezza, la stabilità non esistono per come siamo abituati a pensarle, non sono dei riferimenti esterni, ma qualità che è necessario sviluppare dentro di noi.

Tutto cambia, sempre, e dobbiamo smettere di pensare che possiamo controllare tutto ciò che c’è fuori di noi, cercando di evitare i cambiamenti.

Inoltre, se è possibile avere un controllo sulle cose esterne, questo è la conseguenza ed è subordinato ad un risultato ottenuto dentro di noi.

Imparare a vivere significa imparare a morire, e accettarne costantemente il rischio.

Raggiungere o conquistare qualcosa o qualcuno, significa accettare implicitamente di perderlo.

La sicurezza e la stabilità non esistono fuori: o siamo stabili e sicuri in noi stessi, o niente al mondo potrà realmente farci sentire stabili e sicuri.

Ciò che viene chiamato stabilità è, in realtà, staticità, che ci obbliga ad un sfiancante tentativo di controllare tutto per mantenere tutto fermo, nella vana speranza di impedire i cambiamenti naturali.

Facendo così, però, indeboliamo noi stessi e ci rendiamo estremamente vulnerabili a qualunque malattia: è per questo che ci ammaliamo, perché cediamo continuamente il potere alla nostra paura.

Accettare la paura e il cambiamento, al contrario, creano la vera forza e la concreta stabilità che cerchiamo.

Vivere non è un gioco, per come la vedo io, ma un preciso impegno che abbiamo preso nei nostri confronti e nei confronti di tutti.

Corona virus: alla ricerca di un “perché”

Solitamente, chi si ammala, comunica a sé stesso, e agli altri, una paura di affrontare qualcosa, il bisogno di fermarsi, la stanchezza relativa a una certa situazione di vita, il bisogno di essere curato e amato.

Il corona virus sembra chiederci, oltre alle cose di cui sopra, anche di imparare a stare soli, a concentrarci, a prendere più tempo per noi stessi e per i nostri cari.

Ci chiede di ridurre gli spostamenti e quindi l’inquinamento, di ridurre il “rumore” interno ed esterno,  di pensare alla nostra e altrui salute, di imparare a fermarci.

Essendo un’affezione prevalentemente polmonare, come mi è sembrato di capire, ha a che fare con il respiro, e dunque, proprio con il modo in cui stiamo al mondo e “respiriamo” la nostra stessa vita: sempre in affanno.

Troppo.

Sembrerebbe dirci che respiriamo in modo patologico, e anche che stiamo troppo male per continuare a vivere in questo modo assurdo e profondamente disumano.

Teoricamente, dovremmo cambiare radicalmente stile di vita, ma, pur sentendone profondamente il bisogno, mi chiedo se sia possibile un tale cambiamento, dato lo stato attuale delle cose.

E’ davvero possibile cambiare?

Certamente, acquisire in modo globale una reale consapevolezza di sé, assumersi le proprie responsabilità, sia nei propri confronti che in quelli altrui, imparare a vivere con meno “cose”, imparare a fermarsi di più, aiuterebbe molto in questa direzione.

Ma, personalmente, non vedo come il tipo di Umanità alla quale appartengo possa affrontare questo cambiamento, dato che la maggior parte delle persone, ritiene stupide e prive di senso le cose che sto dicendo.

La mentalità generale, è ancora troppo sotto la morsa terribile della paura, senza che le persone se ne vogliano rendere conto.

Si evita la propria paura, perché fa paura affrontarla, e fa paura rendersi conto che si ha tanta paura di vivere quanta di morire.

Dal mio punto di vista il corona virus, è solo un altro tentativo, e non l’ultimo, per farci capire quello che la maggior parte della popolazione non vuole capire.

Credo anche che ci voglia far comprendere che il nostro bene è inequivocabilmente collegato e dipendente dal bene altrui.

Che siamo tutti Uno, nel profondo e “c’entriamo” gli uni con gli altri.

Corona virus: ecco cosa accade invece.

Molte persone, sono nel panico: non solo non si fermano a comprendere alcun significato, ma diventano isteriche, accusando gli altri dei loro stessi comportamenti.

Le persone che credono di essere nel giusto e di comportarsi in modo perfetto, semplicemente, non vedono ciò che fanno loro stessi, e lo attribuiscono, invece, agli altri.

Gli effetti che sto vedendo, non riguardano affatto l’assunzione di responsabilità e di consapevolezza di sé, ma sono isterismo, ansia e aggressività indiscriminata.

La ricerca di capri espiatori, la rabbia, la violenza, l’intolleranza verso l’altro, alla ricerca, appunto, di qualcuno sui cui riversare la propria frustrazione.

Oppure, superficialità, ineleganza nell’incuria totale verso l’altro, squalifica dell’altro e bassezza nel comportamento.

Purtroppo, ben lungi da quelli che potrebbero essere i comportamenti, se ognuno si guardasse dentro, anziché guardare e giudicare gli altri.

E, tra le tante persone che cercano di rispettare gli altri, e, quindi, le regole, molte lo fanno per lo più, mosse dalla paura e dall’angoscia, non riuscendo a sfruttare questo periodo, e a viverlo in un modo più profondo e significativo.

Cosa si può fare, allora?

Più ci allontaniamo dal nostro centro, il nostro Sé, più ci indeboliamo e ci esponiamo ai fattori esterni aggressivi, in modo maggiore o minore a seconda dei casi.

Per poter far fronte alle avversità, a qualunque avversità, è necessario addentrarsi in sé stessi: sapere quali sono i meccanismi di difesa che adottiamo, quali sono i nodi profondi da sciogliere, quale tipo di struttura di personalità abbiamo, eccetera.

E’ necessario imparare ad ascoltare e rispettare i propri bisogni, riconoscendoli anche negli altri, perché siamo tutti qui, ad affrontare questa stessa vita.

Ed è necessario imparare a fermarsi davvero, quando possibile.

Non c’è dubbio che mettere in pratica queste cose richiede un percorso dotato di specifiche competenze, e non sono assolutamente sufficienti solo meditazioni e respiro, anche se tali tecniche, a mio avviso, sono necessarie.

Non si può essere superficiali, se si desidera davvero affrontare cambiamenti così profondi e radicali.

Ma mi sembra che ancora non ci sia la vera intenzione di compiere una tale scelta, che sembra più sognata che non agita, al momento.

Come dissero a me un bel po’ di anni fa: “è necessario essere disposti, non disponibili”.

 

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2 risposte

  1. BrianPef ha detto:

    Your info is quite exciting.

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